Sappiamo tutto sui cantautori americani, francesi e di casa nostra naturalmente. Neanche quelli di lingua spagnola ci sono estranei, specie se provenienti dall’America Latina. Negli ultimi anni abbiamo imparato a conoscere i suoni delle fanfare macedoni, i misteri delle voci bulgare, il klezmer mitteleuropeo, il Rai algerino e un’infinita gamma di ritmi africani, caraibici, mediorientali, con annessa digestione di timbri esotici come il duduk armeno e il didgeridoo degli aborigeni australiani. Ma alzi una mano chi conosce i cantautori russi… Chi sa che in Russia esiste una gloriosa tradizione d’autore degna di figurare accanto a grandi figure dell’Occidente…

Uno sforzo per colmare questa lacuna, prodotta da condizioni storico-politiche ma anche dalle perversioni della Rete, che non premia certo il sotterraneo, viene da un cantautore antagonista come Alessio Lega, che si è buttato a capofitto nel repertorio di uno dei più grandi bardi russi, ne ha tradotto i testi (con il fondamentale aiuto di Giulia De Florio) e ha inciso le sue canzoni in italiano.

Questo lavoro di recupero è sfociato in un CD dal titolo NELLA CORTE DELL’ARBAT – Le canzoni di Bulat Okudžava, il cui booklet di 48 pagine contiene uno scritto dell’artista in questione e vari interventi a firma dello stesso Lega, di Giulia De Florio, Gian Piero Piretto, Claudia Zonghetti, foto e testi completi. Al CD l’editore Squilibri ha affiancato una monografia dal titolo Bulat Okudžava – Vita e destino di un poeta con la chitarra a firma dei Giulia De Florio, che rappresenta la prima biografia artistica e umana di un personaggio tutto da scoprire.

Scrive, la studiosa docente di Lingua e Letteratura Russa: “questo russo sta alla pari dei massimi autori mondiali – Brassens, Ferrè, Violeta Parra, Atahualpa Yupanqui, Bob Dylan, Vinicius de Moraes”.  lui era prima di tutto un letterato/poeta che usava anche la musica. Fu il capostipite della canzone d’autore russa che vive la sua stagione d’oro fra gli anni ’50 e i ’60 in bilico fra dissidenza e tolleranza. Tipica espressione del sottosuolo in un’epoca in cui erano altri i suoni e le voci mainstream, Bulat e la sua generazione si esprimevano in set acustici, voce e chitarra, accordi semplici per esaltare i testi. Voce ineducata, incise su nastri che circolavano in sordina e con il passa parola uno di questi nastri giunse anche da noi nel 1965. Viene riproposto in allegato al libro, in un CD preziosissimo che contiene anche la registrazione del concerto fatto al Club Tenco nel 1985, quando gli fu assegnato il Premio. Non a caso il libro fa parte della collana “I libri del Tenco”. Al più romantico dei bardi, il meno politicizzato fra i cantautori russi scomparso nel 1997, Alessio Lega dedica un atto d’amore di grande bellezza con arrangiamenti che gli rendono qualcosa di più che mera giustizia: migliorano quel poco che abbiamo potuto sentire di originale, grazie all’aggiunta di timbri (fisarmonica, mandolino, armonium, piano, violino, basso, cori) in perfetta sintonia con le malinconiche ballate e l’ironia di chi non ci crede mai ciecamente: “una compassione senza sentimentalismo e un’ironia senza cinismo”, si legge nel libro.

Nell’intervista che segue, Alessio Lega racconta la vita e le sofferenze di chi perse il padre per mano fucilato dai gerarchi di partito e vide la madre esiliata al confino per vent’anni, pur se entrambi i genitori erano iscritti al partito e credevano nell’opera della rivoluzione. Ma soprattutto ci fa ascoltare alcune canzoni dal vivo, con la sua chitarra, mentre altre le ascoltiamo direttamente dal CD.