Che la musica evochi messaggi di pace e sia da tempi arcaici associata al sacro non è certo una novità. L’influsso del suono sull’animo umano e sulla collettività sono state indagate ed esplorate nel corso di secoli, basti ricordare le riflessioni di Marius Schneider sul “significato della musica” – la presenza del Verbo all’origine di molte civiltà; di uguali simbolismi nelle tradizioni sciamaniche siberiane, nelle magiche africane e nelle danze rituali di Spagna – o le più prosaiche considerazioni di Flaubert – musica: addolcisce i costumi. I musicisti hanno cavalcato l’onda pacifista dagli anni Sessanta, sulla quale spesso a vanvera hanno innestato dosi di spiritualità in un guazzabuglio di riferimenti che finivano per confondere le acque di una controcultura nobile ma pur sempre a rischio dilettantismo. Non così parla Simona Eugenelo, cantante e artista bolognese alla sua seconda avventura discografica: Peace sound (Woodworm) è un concept album che ha per filo conduttore la cultura della pace e della spiritualità secondo la lezione di Lama Gangchen Rinpoche, con cui Simona ha studiato per anni. Il disco è una fusione di Mantra, preghiere, canzoni popolari himalayane riarrangiate e rivisitate in chiave contemporanea grazie alla partecipazione di importanti figure della musica italiana, da Paolo Fresu ad Antonella Ruggiero, da Roy Paci ad Alfio Antico, da Nando Popu (Sud Sound System) a Frank Nemola, da Drubchen Rinpoche a Teo Ciavarella, da Massimo Tagliata a Iosonoaria da Davide Fasulo ad Alessandro Bergonzoni che introduce il lavoro. Protagonisti del jazz, della world music, della musica etnica rivisitata e della nuova canzone hanno risposto entusiasti all’invito di Simona Eugenelo (il disco è stato protagonista di una campagna di crowfounding su Musicraiser) realizzando un album di notevole fascino e profondità, che richiama la grande tradizione sacra da un lato, gli esperimenti di progressive music che si facevano negli anni Settanta (uno fra tutti, il collettivo romano LIVING MUSIC, centrato su Umberto Santucci e Gianfranca Montedoro) e il sound avvolgente di certa musica d’ambiente.
Un disco che è frutto di una passione, sedimentatasi nel corso degli anni, per la tradizione culturale himalayana e l’immenso patrimonio della musica e dei mantra della filosofia buddista, tramandati oralmente nei secoli, che mantengono intatto, oggi, il loro fascino, e il loro potere evocativo.