“E’ la storia che fa le canzoni”, dichiarò il grande compositore Irving Berlin a proposito del successo di White Christmas, la sua creatura più famosa. Un attestato di modestia da parte di chi non si attribuisce tutto il merito ma lo condivide in larga misura con le condizioni del proprio tempo, che hanno reso possibile un piccolo miracolo come il suo, destinato a svettare nella classifica dei dischi più venduti di sempre. Non deve sorprendere che da qualche tempo proprio gli storici di professione si siano buttati a pesce sulla canzone, per studiarla nel suo contesto sociale, economico e ideologico, e confezionare molte ‘storie’ parallele a quelle che eravamo abituati a leggere per mano di critici e giornalisti. Con gli strumenti del mestiere – che solo chi è formato in ambito accademico è in grado di utilizzare, soppesare, confrontare: archivi, pubblicistica di ogni genere, fonti orali, ecc. – una nuova generazione di studiosi sta non solo rileggendo capitoli cruciali della musica italiana ma li mette al centro della ricerca storica tout court, considerandoli documenti essenziali per comprendere il proprio tempo.

Ultimo in ordine di tempo è il libro di Paolo Carusi Viva l’Italia, che porta come sottotitolo Narrazioni e rappresentazioni della storia repubblicana nei versi dei cantautori impegnati (Le Monnier) e si concentra su quel filone che viene ampiamente riconosciuto come il contributo più originale che la musica italiana ha saputo dare negli ultimi cinquant’anni. Essendo comunque e prima di tutto un libro di storia prima che una storia della canzone, l’impianto segue uno sviluppo che richiama la più classica delle periodizzazioni: dopo un’introduzione di natura metodologica che fa il punto sull’ingresso della canzone nell’armamentario dello storico, il libro si apre con un capitolo dedicato a “Le contraddizioni del miracolo economico e il ‘68”, nel quale vengono discussi i testi di Tenco, De Andrè, Gaber e altri cantautori che si dibattono fra pubblico e privato, apocalittici e integrati, l’ipocrisia borghese, la scuola, la chiesa… Poi la lunga stagione degli anni Settanta, con il capitolo su “I movimenti giovanili e la lotta armata” in cui è la canzone politica a dettare l’agenda mentre una nuova generazione guidata dai Venditti, i De Gregori, i Bennato si trova contesa fra due fuochi: la necessità di parlare con onestà al proprio pubblico e quella di seguire le regole del mercato per non scomparire. Con il terzo capitolo, “Il craxismo e gli anni ottanta” si cambia marcia e i cantautori disillusi dalle ideologie collettiviste promulgano un ritorno al privato, riflesso di un’epoca di riflusso (il gioco di parole è voluto) dominata dalla televisione commerciale mentre è la politica stessa – che di lì a poco avrebbe prodotto ‘mani pulite’ – a perdere appeal. Il capitolo successivo affronta “Il crollo della Prima repubblica e il tramonto delle culture politiche” e si assiste alla fine dei cantautori come esperienza storica, mentre sopravvivono sacche di resistenza da parte di chi, da Jannacci alle nuove generazioni che dialogano col rap e il reggae, sceglie di trattare temi civili come i migranti, la malavita e la crisi della politica rimpiazzata dal trionfo dell’immagine. Il libro si conclude con “Un ultimo spazio di agibilità: la memoria dell’antifascismo”, un filo rosso che lega certe esperienze contemporanee alla canzone politica degli esordi, da Cantacronache al Nuovo Canzoniere Italiano. In mezzo alle molte acute analisi, l’occasione di leggere o rileggere molti testi spesso dimenticati, che meriterebbero di entrare nelle antologie scolastiche, nei libri di letteratura o di storia, appunto.

Ascolta l’intervista con Paolo Carusi