E’ grazie ai libri di Andrea Camilleri e all’icona televisiva del commissario Montalbano che gli italiani hanno cominciato a familiarizzare con il siciliano. Ma in musica la popolarità di questo idioma risale a molto tempo prima: al Modugno dialettale degli anni Cinquanta, e poi all’unicum al di Battiato con la sua Stranizza d’amuri. Su questa strada ormai praticata largamente da numerosi gruppi isolani (Agricantus, Majaria, Isula Ranni, I percussonici) nel solco di una world music mediterranea, segnaliamo una delle promesse della nuova canzone d’autore in dialetto (e non solo). E’ la 24enne Francesca Incudine, recente vincitrice del Premio Bianca D’Aponte (con Quantu stiddi) dedicato alla canzone d’autore al femminile e della prestigiosa Targa Tenco che le è stata assegnata per il miglior album in dialetto, Tarakè. Nell’intervista che segue, Francesca racconta la sua formazione musicale e letteraria, il suo amore per il dialetto siciliano (ma anche il sardo, a cui dedica un brano del disco) e le influenze che spaziano oltre i confini nazionali. l’artista nativa di Enna inanella una serie di canzoni, ballate e ninne nanne di grande intensità emotiva grazie a sfumature di significato che solo un dialetto può svelare. Ma uno dei pezzi più coinvolgenti di quello che è il suo secondo album (dopo Jettavuci) è la storia di una tragedia del lavoro, consumata a New York a inizio Novecento, quando oltre cento operaie emigrate dall’Italia persero la vita in un rogo. No name, questo il titolo, restituisce dignità a nomi di donne che la storia ha dimenticato e nel fare ciò la Incudine recupera l’antica tradizione dei cantastorie che proprio in Sicilia custodisce la propria memoria, da Nonò Salomone a Rosa Balistreri.