Una storia dei Beatles

gennaio 24th, 2019

Ancora un libro sui Beatles? Ma non sapevamo già tutto? Continuate a leggere se avete qualche dubbio… Altrimenti cambiate pagina, come se non si scrivessero ancora libri su Leonardo, D’Annunzio o Frank Sinatra nonostante la loro carriera si sia estinta da secoli o solo da decenni.

La musica nel tempo. Una storia dei Beatles (Einaudi), di Nando Fasce dimostra che uno sguardo a freddo, a 50 anni dalla pubblicazione del White Album e poco meno dallo scioglimento del gruppo che ha cambiato la storia della musica può offrire spunti, sintesi e nessi originali. Quello di Fasce – ex-professore di Storia Americana all’Università di Genova, da poco in pensione – non è la classica biografia, ma un libro di storia contemporanea a tutti gli effetti, che andrebbe adottato come manuale nelle scuole superiori e non letto solo da un pubblico adulto. I Beatles vengono indagati nella loro produzione, nella loro intimità, nelle loro relazioni con i media e i fans e nelle loro impareggiabili performance di mercato, ma anche come pretesto per raccontare l’evoluzione della cultura globale, del passaggio cioè da modernità a post-modernità. Ma il libro è anche un’enciclopedia della cultura popolare (nel senso anglosassone di popular) che ne racconta la formazione, il sostrato sociale, i conflitti, le narrazioni, la fortuna e i molteplici intrecci fra mercato, politica, inclinazioni individuali, stampa, ideologia (nazionalismo, americanizzazione). Infine, sottotraccia, è anche una piccola storia del pop – per quanto compressa in un quindicennio, dai tardi Cinquanta ai primi Settanta – che include aspetti spesso trascurati come l’industria, la tecnologia, il marketing, il divismo.

Mai in nessun testo sui Beatles né di storia del pop si è potuto apprezzare una bibliografia così vasta e sorprendente: la visione sui Fab Four e la galassia di significati che si è formata attorno a loro viene allargata a dismisura e favorisce prospettive intriganti, cause ed effetti che danno ragione a un fenomeno planetario tra i più centrali del ‘900. Lennon e compagni hanno da subito attizzato gli appetiti della critica, anche quella più smaliziata, tanto in patria quanto Oltreoceano. Le riviste più all’avanguardia ospitarono interventi di intellettuali e scrittori e un musicologo classico come Wilfrid Mellers dedicò ai Beatles una monografia serissima, arricchita da minuziose analisi degli spartiti. Tuttavia, una letteratura già vastissima fin dagli inizi, prediligeva la visione dei fan, senza andare al di là della cosa in sé. Poi a partire dai tardi anni Ottanta sono arrivati i primi studi d’impronta accademica: un numero monografico della nuova rivista Popular Music, espressione della neonata IASPM (International Association for the Study of Popular Music) e via via i contributi di studiosi di lingua inglese (Lewisohn. McDonald) che hanno fondato il campo dei Beatles studies nel quale si sarebbero aggiunti anche studiosi nostrani come Franco Fabbri e Gianfranco Salvatore senza trascurare gli onesti contributi di Assante e Castaldo.
Qui entra in scena Fasce, che abbina la passione del fan al rigore dello storico e fa fare un salto notevole a una pubblicistica già ricca ma che non coglie tutti gli aspetti indagati in questo libro. Il quale è in grado di abbracciare le conquiste intellettuali ottenute in vari sotto settori dei cultural studies, dei popular music studies, dell’economia della cultura, della geopolitica, degli studi globali, dei media studies ecc. Ma lo fa con una notevole leggerezza di scrittura: il testo è avvincente come un articolo di terza pagina ma è tale per 250 pagine, senza cadute di tono, ripetizioni e soprattutto ovvietà. Ecco la risposta al quesito iniziale: a cinquant’anni dalla fine del gruppo più mitizzato della storia, se ne può scrivere ancora in modo originale, inserendo la loro avventura nel contesto allargato della storia mondiale rendendo conto del perché della loro ascesa e del loro successo.

Ogni gesto compiuto dai quattro viene riportato e commentato – in ciò il libro è un utilissimo compendio di una vastissima letteratura beatlesiana che ha origine in lingua inglese – ogni disco, ogni tournée, ogni evento mediatico, ecc. E fatto dialogare con il contesto musicale (altri generi, divi, tendenze), mediatico, sottoculturale, oltre che storico-politico-economico.
La critica musicale non basta più quando si ha a che fare con fenomeni che esondano dagli argini del puro e semplice entertainment per segnare un’epoca e più generazioni. Quella contemporanea ai Fab Four è stata una generazione fortunata, per la quale la musica, quella musica, era una chiave di conoscenza e di condivisione. Oggi i teenager non hanno la stessa fortuna, è innegabile. Altri idoli, altre passioni, con la musica in ritirata… Ogni epoca ha i suoi miti e riti e i Beatles hanno segnato in modo inequivocabile la seconda metà del ‘900 quando in Inghilterra si assiste alla nascita del pop, un miracolo soprattutto britannico appunto, che lo show inaugurale di Londra 2012 – le Olimpiadi – ha rivendicato con orgoglio al mondo intero. Il paese si era preparato già a partire dal 1962, l’anno del debutto discografico dei quattro (Love Me Do), come si legge nel capitolo “Una merce globale” in cui l’Autore sottolinea “la messa in moto del processo di graduale trasformazione del paese da ‘fabbricante di cose’, il famoso ‘opificio del mondo vittoriano’ a ‘narratore di storie’ e fabbricante di cose impregnate di un denso sostrato narrativo e simbolico con una decisa impronta generazionale”. Otto anni che cambieranno il mondo.

ASCOLTA L’INTERVISTA A NANDO FASCE, ARRICHITA DI MELODIE BEATLESIANE