“Ad ascoltare le (…) canzoni, sembrava proprio che la vita scorresse su due binari, da un lato i bollettini di guerra, dall’altro la continua lezione di ottimismo e gaiezza diffusa a piene mani dalle nostre orchestre. Iniziava la guerra di Spagna, e gli italiani morivano da una parte e dall’altra, mentre il Capo ci lanciava messaggi infuocati per prepararci a un conflitto più grande e sanguinoso? Luciana Dolliver cantava non dimenticar le mie parole, bimba tu non sai cos’è l’amore, l’orchestra Barzizza suonava bambina innamorata, stanotte t’ho sognata, mentre tutti ripetevano fiorin fiorello l’amore è bello vicino a te. Il regime celebrava la bellezza campagnola e le madri prolifiche ponendo una tassa sul celibato? La radio avvertiva che la gelosia non è più di moda, è una follia che non s’usa più. Scoppiava la guerra, bisognava oscurare le finestre e stare attaccati alla radio? Alberto Rabagliati ci sussurrava abbassa la tua radio per favore se vuoi sentire i palpiti del mio cuore…”. E’ un brano del romanzo di Umberto Eco La misteriosa fiamma della Regina Loana, che ci fa da apripista a un lavoro affascinante dedicato al jazz e alla canzone fra le due guerre: Tutto è ritmo: il jazz, il fascismo e la società italiana è un libro che una giovane storica (Camilla Poesio) ha pubblicato con Le Monnier, illuminando un capitolo della storia del Novecento ancora poco esplorato e che nei decenni ha generato convinzioni spesso distorte. Attraverso una rigorosa analisi dei documenti (scritti e orali; rapporti di polizia, lettere, diari, archivi, interviste e magazine, Poesio inquadra la penetrazione del jazz in Italia aprendo prospettive anche su fronti limitrofi (la canzone, la radio, la discografia e persino la musica classica).

Il libro inizia dai rapporti con l’America e dalla sua diffusione sui transatlantici, per passare al turismo d’élite e alla mondanità come orizzonti d’avanguardia nel favorirne l’attecchimento, poi si concentra sul mondo giovanile, sul nazionalismo, sul razzismo e infine sulla censura e l’ordine pubblico. In conclusione, si evince come la forza della musica nel coinvolgere la gente venga prima di ogni credo politico/ideologico, per cui sia fascismo che nazismo si dovettero piegare alla marea che avanzava e sfruttarla per ottenere consenso anziché osteggiarla troppo smaccatamente. “Vietare il jazz sarebbe stato non solo impossibile ma controproducente, anche perché il jazz era amato dai giovani e il regime, per durare, doveva puntare proprio sui giovani” scrive Poesio. “Il tacito compromesso fu, dunque, quello di fare suonare il jazz e di trasmetterlo purché fossero seguiti alcuni criteri ritenuti più accettabili, come il fatto che fossero utilizzati musicisti italiani e non stranieri, che fosse usata la fisarmonica invece del sax cos da richiamare la tradizione musicale italiana, che si adoperassero parole italiane e che fossero interdetti gli esempi più eclatanti”. In questo modo Mussolini e i suoi gerarchi anteposero gli interessi della real politik ai dettami di un’ideologia che era complicato applicare a ogni aspetto della vita quotidiana, avallando così una musica impossibile da arginare, che non a caso esplose “liberamente” dopo il 25 aprile 1945.

Ascolta l’intervista di Paolo Prato a Camilla Poesio, punteggiata da brani d’epoca, incisioni rarissime che vanno dagli anni Venti ai Quaranta.

In scaletta:

Orchestra Mirador, Doin’ the New Low-Down (1933)

Orchestra del Trianon del M.° N. Moleti, Golden Fox Trot (1919)

Rabagliati e Duo Gheri-Salerno, La fidanzata di nessuno (1940)

Ethel Merman, You’re The Top (1933)

Carlo Buti, Addio Jazz Band

Trio Lescano, La gelosia non è più di moda

Trio Lescano con Barzizza, Tulilem Blem Blu