Non dorme sepolto in un campo di grano, ma pur sempre in collina, nel monumentale cimitero di Staglieno, che ospita altri eroi della patria come Giuseppe Mazzini, Nino Bixio e Michele Novaro (il compositore dell’Inno di Mameli). Al suo funerale – il 13 gennaio del 1999 – l’atmosfera era un misto di sacro e profano, come l’intera sua produzione: lacrime e pugni chiusi, l’Ave Maria in sardo e frotte di ragazzi con chitarra a intonare le sue canzoni: “cosa importa se sono caduto se sono lontano perché domani sarà un giorno lungo e senza parole (Hotel Supramonte)”; “ama e ridi se amor risponde piangi forte se non ti sente dai diamanti non nasce niente dal letame nascono i fior” (Via del Campo). A dare l’addio al più influente cantautore della storia nazionale, colleghi come Vasco Rossi, Ivano Fossati, Bruno Lauzi, Roberto Vecchioni, Gianna Nannini, insieme a vecchi amici e compagni di viaggio – Paolo Villaggio, Beppe Grillo, Mauro Pagani, e poi la De Sio, la Mannoia, Nico dei New Trolls. Con loro, diecimila fans in lacrime, di ogni età e condizione sociale.

 

Liberò la canzone dall’età dell’innocenza, scrisse Gino Castaldo: attraverso il suo canzoniere un paio di generazioni hanno riflettuto per la prima volta sui temi di Dio e della morte, del peccato e del piacere, del potere e della guerra. La sua scomparsa è stata vissuta come un lutto di enormi proporzioni, pari a quella di John Lennon. E la sua figura è da tempo assimilata a quella di “irregolari” eccellenti come Jim Morrison (Doors) o Kurt Cobain (Nirvana). 

 

La carriera di Fabrizio De André è decollata in sordina, come culto per iniziati, grazie a un tam-tam alimentato dalla sua perdurante ritrosia a comparire in pubblico. I suoi dischi circolavano in una specie di clandestinità, anche se si vendevano a decine di migliaia. Poi, un’accelerazione straordinaria a partire dal ’67 (l’anno in cui Tenco si tolse la vita – Fabrizio fu l’unico fra i cantautori a presenziare al suo funerale) quando uscì il primo LP. Fino a quel momento nessun artista aveva scelto il formato “album” per veicolare le proprie creazioni. Farlo, significava invitare il pubblico ad assistere a un vero e proprio recital di canzoni legate tra loro da un filo conduttore, anziché concedersi in pillole con un 45 giri da tre minuti per facciata. Era lo stesso spirito che animava il rock: esplorare nuove dimensioni dell’ascolto, fare del disco 33 giri un palcoscenico su cui rappresentare il disagio dei tempi.

Tutti morimmo a stento, pubblicato nel 1968, viene considerato il primo concept italiano, dedicato al mondo dei reietti. Dylan aveva spianato la strada e Fabrizio (così lo chiamavano i fans – un privilegio riservato solo ai grandissimi, da Molière a Eduardo) aveva colto anche quei segnali d’Oltreoceano aggiungendoli a un già ricco carnet in cui convivono letteratura americana, esistenzialismo francese, anarchia e ateismo problematico. Ma forse i termini andrebbero rovesciati, come ha sostenuto Fernanda Pivano, traduttrice di Edgar Lee Masters (da cui il capolavoro Non al denaro non all’amore né al cielo) e sua grande amica, anche lei sepolta a Staglieno poco distante da Fabrizio: non dobbiamo considerare De André il Dylan italiano, ma Dylan il De André americano. Il suo canzoniere è stato il ‘libretto rosso’ per quegli studenti della classe media che avevano aspirazioni più ‘alte’, leggevano libri, amavano le poesie, si esaltavano per i temi civili ed erano pronti a scendere in piazza per manifestare il loro dissenso. “Alle sue canzoni ci infiammavamo come i ragazzi dell’Attimo fuggente alle prime poesie”, ha scritto Michele Serra parlando di “un magnifico borghese che aveva tradito la sua classe”. Una voce “allegramente contro”, nel ricordo di Vasco Rossi che confessò di aver cominciato a scrivere canzoni dopo aver ascoltato quelle di Fabrizio.

 

E poi, la sua dimensione spirituale, l’inseguimento di un Dio che non riuscì a trovare ma che cercò per tutta la vita. La Buona Novella è la testimonianza più alta di una ricerca condotta sui percorsi non ufficiali dei vangeli apocrifi, e suona come una celebrazione – nello spirito del sessantotto – di Gesù come il Grande Rivoluzionario della Storia.

Non è un caso che durante i funerali, al balcone dell’Istituto E.Ravasco, Figlie del Sacro Cuore di Gesù e Maria fosse appeso uno striscione bianco con la scritta GRAZIE FABRIZIO.

 

Vent’anni dopo – in un mondo per certi versi più povero, in cui figure come la sua non sono state affatto rimpiazzate, lasciando un vuoto incolmabile – gli auguriamo di spassarsela in Paradiso, perché – come cantava in Preghiera di Gennaio – “non c’è l’inferno nel mondo del buon Dio”.

A fargli veglia, dall’ombra dei fossi “mille papaveri rossi”.

 

 

Ascolta la puntata di Birimbo Birambo del 13 gennaio 1999 con Franz Coriasco e Paolo Prato, realizzata a caldo, a due giorni dalla scomparsa dell’artista.

 

In scaletta: La ballata dell’eroe – Valzer per un amore – La canzone dell’amore perduto – la città vecchia – La canzone di Marinella – Il cantico dei drogati – La ballata degli impiccati – Dormono sulla collina – Sally