Lo scorso 16 agosto ci ha lasciato una delle più grandi interpreti vocali del Novecento: Aretha Franklin. Non solamente una cantante che ha spaziato dal soul al jazz, dal pop al gospel, ma un’icona del popolo afroamericano e una star amatissima a tutte le latitudini.

Se la figura femminile è stata per lungo tempo la principale garante dei valori religiosi coltivati dalla famiglia e, di conseguenza, ha giocato un ruolo primario nello sviluppo del gospel, Aretha è colei che negli anni Sessanta ha rappresentato l’esempio più eclatante di secolarizzazione della black music, dando così un contributo fondamentale alla modernizzazione della black (magic…) woman, sciolta finalmente da vincoli ancestrali che ne confinavano i poteri vocali alla vicina chiesa Battista o al focolare domestico, nell’esecuzione di spiritual o di ninne nanne.

E’ stata definita la “Elvis al femminile” perché, come Elvis, ha iniziato dal gospel, ma ha fatto molto di più del ragazzo di Memphis, allargando il suo repertorio fino al rock dei Rolling Stones e al pop da classifica. La sua stella ha brillato anche attraverso l’interpretazione di canzoni scritte da autori bianchi sul modello dell’innodia afro-americana: Let It Be (Beatles) e Bridge Over Troubled Water (Simon & Garfunkel). Sacro e profano, bianco e nero: gli opposti la cui dialettica ha dato un impulso fondamentale alla popular music degli ultimi quarant’anni più di ogni altro, convivono in Aretha Franklin facendo di lei un monumento della cultura contemporanea.

Se la musica è il principale terreno d’incontro fra le culture bianche e nere, allora Aretha Franklin svetta su tutti come incarnazione di questo dialogo. Non stiamo parlando della sua musica, ben ancorata nella tradizione del suo popolo pur se in grado di ospitare influenze diverse. Ci riferiamo alla sua immagine, a quello che essa ha significato nel triennio conclusivo dei Sixties. Dal 1967 al 1970, il suo momento di massima popolarità, raccolse su di sé onori mai ricevuti da nessun altro musicista nero: vendite fenomenali (nove milioni di singoli e tre milioni di album), eccezionali consensi da parte della critica, che sfioravano l’isteria, e un seguito di folle oceaniche di ogni colore. Si esibì all’Apollo e al Fillmore West. Comparve in pubblico con Martin Luther King conquistandosi il rispetto degli intellettuali. Giunse a simboleggiare l’essenza del soul. Laddove suoi eminenti colleghi come James Brown e i Temptations venivano culturalmente denigrati da taluni, Aretha fu incapsulata in una tradizione che risaliva fino a Bessie Smith e Billie Holiday, le regine di un tempo.

I suoi primi dischi ufficiali ottennero subito un buon riscontro sul mercato R&B: Today I Sing The Blues raggiunge il numero 10; Won’t Be Long il numero 7 e Operation Heartbreak il numero 6, tutti fra il 1960 e il 1961. Tuttavia, in sei anni e dieci album all’attivo ebbe solo un successo nel mercato del Pop: Rock-a-bye Your Baby With A Dixie Melody, che raggiunse la 37° posizione nel 1961.Nasce a Memphis, il 25 marzo 1942. Il padre, il Reverendo C.L.Franklin, era pastore in una chiesa battista di Detroit che contava quasi cinquemila anime ed era soprattutto un cantante gospel noto a livello nazionale. Anche la madre era una cantante gospel, ma abbandonò la famiglia quando Aretha aveva sei anni morendo quattro anni dopo. Aretha e le sorelle Carolyn ed Erma cantavano regolarmente nella chiesa del padre e i primi dischi di Aretha furono fatti proprio là, quando la ragazzina aveva quattordici anni. In quel periodo incominciò a esibirsi nel circuito del gospel, assieme al padre, uno dei pochi artisti che garantivano il tutto esaurito negli spettacoli di gospel che si tenevano al sud. “Una sera ad Atlanta dove io presentavo – afferma un famoso disc jockey – lui si fece vivo con sua figlia Aretha. “Presenta anche lei”— mi disse —”non canterà questa sera, ma è la più giovane cantante gospel del mondo”. Avrà avuto cinque anni, sei al massimo, e tutti i cantanti erano lì in cerchio—a quei tempi non si entrava correndo sul palcoscenico, si stava tutti lì— e li presentai, ma dimenticai Aretha. E lei, con la massima tranquillità, mi rifilò un tremendo calcione negli stinchi! Allora la presentai e lei, prima di sedersi, implacabile, mi mollò un altro calcio. Fu il mio primo incontro con il temperamento di Aretha Franklin”. In quelle numerose serate la ragazza ebbe occasione di conoscere artisti importanti come Mahalia Jackson, James Cleveland, Sam Cooke e Clara Ward, con cui strinse anche rapporti di amicizia.  Attorno al 1960 Aretha si era spostata sull’asse secolare della musica. Trasferitasi a New York, venne notata da John Hammond, uno dei più importanti produttori di tutta la storia della discografia, che la introdusse alla Columbia. “La prima volta che ascoltai Aretha Franklin – dichiarò Hammond – pensai che avesse la voce più bella dai tempi di Billie Holiday. Ma Aretha era un genio selvaggio, e doveva essere incanalato per il verso giusto”.

Così, nel 1966, Aretha fa le valigie e passa alla Atlantic dove, con il prezioso contributo del produttore Jerry Wexler, dell’arrangiatore Arif Mardin e del tecnico del suono Tom Dowd, comincia a sfornare dischi che avrebbero rimodellato la soul music.  Dalle prime sedute registrazione escono alcuni dei best-seller di fine decennio, come  I Never Loved a Man (the Way I Love You)”(# 1 R&B, #9 pop, 1967), Respect (#1 pop and R&B, 1967), Baby I Love You (#1 R&B, #4 pop, 1967), Chain of Fools (#1 R&B, #2 pop 1968), Since You’ve Been Gone (#1 R&B, #5 pop, 1968), Think (#1 R&B, #7 pop, 1968), The House That Jack Built (#2 R&B, #6 pop, 1968), I Say a Little Prayer” (#3 R&B, #10 pop, 1968) e See Saw (#9 R&B, #14 pop, 1968). Il repertorio spaziava dai brani R&B di Otis Redding, Don Covay e Ronnie Shannon alle pop song di Carole King e Gerry Goffln, Burt Bacharach e Hal David, comprendendo anche alcune composizioni inedite che Aretha scrisse col marito Ted White.

La maggior parte di quelle incisioni vede il supporto della famosa Muscle Shoals Sound Rhythm Section, la house band dell’omonima etichetta in Alabama, o di una band newyorchese guidata da King Curtis. L’artista stessa era autrice degli arrangiamenti vocali, per i cui cori antifonali stile gospel si serviva delle Sweet Inspirations, il gruppo dove militava la sorella Carolyn. Nel 1968 la Franklin svettava nelle classifiche americane ed europee come “la signora del Soul”. Il settimanale Time le dedicò la copertina. Ma la sua vita privata non era altrettanto felice. Il suo matrimonio con White si ruppe dopo che lui la picchiò in pubblico, in un’occasione, e sparò al suo manager in un’altra. Lei stessa venne arrestata per guida in stato di ubriachezza e perfino il padre venne arrestato per possesso di marijuana.

I successi continuano nel decennio, al punto di consacrarla come il best-seller femminile di tutta la storia del disco: Don’t Play That Song (#1 R&B, #11 pop, 1970), Bridge over Troubled Water (#1 R~B, #6 pop, 1971), Spanish Harlem (#1 R~B, #2 pop, 1971), Rock Steady (#2 R&B, #9 pop, 1971), Day Dreaming (#1 R&B, #5 pop, 1972) e Until You Come Back to Me (That’s What l’m Gonna Do) (#1 R~B, 1973, #3 pop, 1974) compongono un curriculum che solo pochi altri possono vantare. Eppure gli anni Settanta la vedono alla ricerca, a volte senza guida, di una direzione. L’ultimo album prodotto da Wexler è lo splendido Amazing Grace, registrato dal vivo a Los Angeles con il padre officiante e il Reverendo James Cleveland al pianoforte e alla direzione corale. Da quel momento Aretha passa di produttore in produttore: Quincy Jones (Hey Now Hey, 1973), Curtis Mayfield (Sparkle, 1976), Lamont Dozier (Sweet Passion), Van McCoy (La Diva). I suoi concerti di allora si trasformano in pacchianate stile casinò.

Finché, nel 1980, la Franklin lascia la Atlantic per firmare con la Arista e giocare la carta della gran dama del pop, pur cantando, quell’anno, due suoi vecchi hit come Respect e Think nel film The Blues Brothers. I primi due album – Aretha (1980) e Love All the Hurt Away (1981) vedono ancora la produzione di Arif Mardin. La title track del secondo, con la collaborazione di George Benson, sale al numero 6 delle classifiche R&B charts in 1981, ma è con Jump to It (# 24 Pop, 1982), prodotto da Luther Vandross, che la regina del soul ritrova lo smalto perduto. Passa qualche anno e la storia si ripete, in meglio: Freeway Of Love (#3, 1985) è uno dei dischi più ballati della stagione e Who’s Zooming Who (# 7, 1986 ) completa il successo dell’album omonimo (# 13), prodotto da Narada Michael Walden. Certo, i puristi del soul faticano a riconoscere il vecchio “groove” – quel nonsoché ritmico che appartiene solo ai grandi – e infatti la nuova Aretha piace molto agli amanti del techno-pop da discoteca. Sisters Are Doing For Themselves (# 18, 1985), cantato con Annie Lennox degli Eurythmics, inaugura una serie di fortunati duetti interrazziali che fanno la gioia dei fans. Poi, una irresistibile versione di Jumpin’ Jack Flash (# 21, 1986) , il famoso pezzo degli Stones, viene prodotto dallo stesso Keith Richards per il film omonimo che lancia la faccia simpatica di Whoopi Goldberg. Infine, in studio con George Michael, campione del white soul e degno partner. Il brano riporta la Franklin al numero uno delle classifiche pop (1987) dopo vent’anni. Come a dire, il buon vino non invecchia mai… In mezzo a tutta questa frenesia, c’è tempo per una pausa di riflessione, con il doppio One Lord, One Faith, One Baptism (1987), che la riporta ai primi amori gospel. L’album contiene un sermone del Reverendo Jesse Jackson e la ricomparsa delle sorelle Ertma e Carolyn. Poi si torna al pop più smaccato, con Through The Storm (1989), I Dreamed A Dream (1991) e What You See Is What You Sweat (1993).

Prima donna a entrare nella Rock and Roll Hall of Fame (1987), il Pantheon del pop, è stata classificata dalla rivista Rolling Stone (la ‘Bibbia’ del rock) al quinto posto f rai 100 artisti pià grandi di sempre e prima fra le donne mentre nella special sezione riservata ai più grandi cantanti, svetta al primo posto davanti persino a Frank Sinatra ed Elvis Presley.

 

ASCOLTA LA STORIA DI ARETHA FRANKLIN

 

Elenco dei brani utilizzati nella trasmissione (per una durata di 30”):

Rock-A-By-Your Baby With A Dixie Melody

Satisfaction

Son a Preacher Man

Let It Be

It Ain’t Necessarily So

I Never Loved a Man (the Way I Love You)   

Chain of fools  

Today I Sing The Blues

Respect  

Think (versione con i Blues Brothers)

Bridge over Troubled Water   

Freeway Of Love

Sisters Are Doing It For Themselves (con Annie Lennox)

Jumpin’ Jack Flash

I Know You Were Waiting For Me (con George Michael)

 (you make me feel like) A natural woman – con Bonnie Raitt & Gloria Estefan