Con We Like It Hot (Artesuono, 2016) Vanessa Tagliabue Yorke aggiunge un altro tassello alla sua ricerca creativa nell’archeologia dei suoni che hanno caratterizzato l’America fra tardo Ottocento e primi decenni del ‘secolo breve’. In questo lavoro, registrato da vivo con una formazione unplugged (Paolo Birro al pianoforte, Francesco Bearzatti al clarinetto e Mauro Ottolini al trombone), a vocalist e compositrice, tra le più originali figure dell’attuale scena jazz italiana, riscopre il repertorio di Annette Hanshaw, personaggio di culto ma totalmente dimenticato della scena newyorchese fra le due guerre, fra le poche cantanti bianche a reggere il confronto con Bessie Smith ed Ethel Waters. Voce grintosa, niente a che vedere con le edulcorate flappers dal timbro nasale che andavano per la maggiore, la Hanshaw piazzò solamente cinque dischi nei Top 20 prima di ritirarsi a meno di trent’anni e dedicarsi alla famiglia dopo aver sposato un produttore discografico. Morirà nel 1985. Le sue canzoni – alcune delle quali grandi standard, da Am I Blue? a Body and Soul, da Lover Come Back to Me a Ain’t He Sweet (cantata al femminile, appunto) – rivivono nel lavoro di Vanessa, in chiave cameristica, lontano dai fragori delle sale da ballo che riempivano i locali della Grande Mela negli Anni Ruggenti. Fra i balli che impazzavano, spicca il Black Bottom, che rimpiazzerà il Charleston, di cui condivideva le radici afroamericane nel ritmo e nelle movenze. Danza solista, sorta di preludio al tip tap, con coinvolgimento di schiene, salti e gestualità per il tempo ad alto tasso erotico, il Black Bottom venne lanciato nel ’24 a New Orleans e Detroit dal musical Dinah, e fu ripreso nel ’26 da Ann Pennington e Tom Patricola nei GWhite’s Scandals del ’26 diventando la moda del momento. Anche la Hanshaw contribuì alla sua popolarità e i rifacimenti di Vanessa Tagliabue Yorke riportano alla luce un fenomeno di costume assia rilevante, che la storia aveva archiviato

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