Mancava una storia del musical nell’editoria italiana. Ci ha pensato Luca Cerchiari, professore allo IULM di Milano dove insegna Storia della Musica Pop e dirige il Master in Editoria e Produzione Musicale. Noto studioso di jazz e popular music, Cerchiari ha prodotto un’opera di dimensioni notevoli (quasi 600 pagine di cui poco meno della metà utilissimi apparati) che colma una lacuna pesante ma dà anche un contributo originale alla letteratura sul genere, offrendo analisi e punti di vista inediti.

Ma cos’è il musical, questa forma di spettacolo erede dell’operetta (ma anche di altro, come spiega bene Cerchiari) che l’America dei decenni più gloriosi ha scelto come carta d’identità del proprio presente, passato e futuro?

L’età del musical rappresentò la più immediata e felice realizzazione del sogno americano, una potente metafora di quel principio che – nei secoli – ha spinto milioni di persone a migrare nella Terra Promessa: se lavori duro e hai talento, ce la puoi fare. Ecco perché gli americani sono così affezionati ai musical! E’ una forma di intrattenimento che li ha tenuti uniti per oltre mezzo secolo dando loro l’illusione che fossero tutti uguali perché, allineati nelle stesse poltrone, si entusiasmavano per le stesse movenze di Gene Kelly, ridevano per le stesse gag di Groucho Marx, piangevano le stesse lacrime di Julie Andrews. Nessun’altra nazione ha potuto competere con la stagione del musical americano.

Prima c’era stata la révue à grand spectacle parigina e prima ancora l’operetta viennese a dettare moda e stile del teatro leggero. E che dire del music-hall britannico, da cui deriva il nostro avanspettacolo…? Numeri di bravura, tra il circense e il virtuoso, si alternavano a balletti e scenette scollacciate che mandavano in visibilio platee dal palato facilmente accontentabile. Broadway ha attinto da tutte queste forme di spettacolo, creando però qualcosa di profondamente originale a partire dagli anni Venti. Ma già George M. Cohan aveva dato qualche segnale a inizio secolo: con le sue canzoni patriottiche e il suo sense of humour, l’autore di Yankee Doodle Dandy è considerato il papà del musical. E’ uno che ha energie da vendere e la gente si identifica con quel factotum in grado di recitare, cantare, ballare, scrivere commedie e canzoni, dirigere compagnie e gestire teatri. Verrà ricordato per The Governor’s Son (1901), dove fa recitare la famiglia Cohan al completo; Little Johnny Jones (1904), dove canta la sua sigla personale, Yankee Doodle Dandy, e Give My Regards to Broadway; Forty-Five Minutes from Broadway (1906), con Mary’s a Grand Old Name, e Hello Broadway (1914).

Il secondo grande autore è Irving Berlin, la prima istituzione musicale del Novecento americano. Compositore nazionale per eccellenza, Berlin è stato – insieme a Cole Porter – uno dei pochi in grado di scrivere sia le parole che la musica, ma anche editore di sé stesso, autore cinematografico e teatrale e proprietario di un teatro. Comincia a firmare alcune riviste di varietà prima della Grande Guerra – Watch Your Step (1914), Stop! Look! Listen! (1915), Yip! Yip ! Yaphank (1918) la serie delle Music Box Revues (dal 1921 al 1924) – per affrontare poi il musical, col piglio del genio che si mette al servizio dei gusti popolari. Dalla sua penna escono delizie come Face the Music (1932), As Thousand Cheers (1933), Louisiana Purchase (1940), This Is the Army (1942) – concepita per le truppe al fronte – e il capolavoro Annie Get Your Gun (1946) che sforna la canzone-manifesto There’s No Business Like Show Business, inno della gente di teatro.

Per molti l’autentico iniziatore del musical è Jerome Kern, che per lungo tempo sperimenta brevi spettacoli dal taglio operettistico, prima di trovare la sua vena insieme al librettista Oscar Hammerstein II: è il 1927 quando il loro Showboat – un “dramma musicale” – prende di sorpresa il pubblico segnando una svolta epocale. La trama abbraccia cinquant’anni di storia americana con il Mississippi sullo sfondo. Floren Ziegfeld, il grande impresario, riunisce un cast favoloso e affida la scenografia al Joseph Urban, l’architetto viennese che da anni andava allestendo le fantasmagoriche scene delle sue Follies. E le canzoni? Bastano un paio di titoli per dare l’idea: Ol’ Man River, Can’t Help Dat Lovin’ Man, Make Believe. Showboat va in scena dal 27 dicembre 1927 al 4 maggio 1929, per un totale di 575 rappresentazioni. Kern firmerà, tra gli altri, Music in the Air (1932), con The Song Is You; Roberta (1933), con Smoke Gets In Your Eyes e Yesterday; Swing Time (1936), con A Fine Romance e The Way You Look Tonight; Very Warm for May (1939) con All the Things You Are.

Anche George Gershwin rimase stregato dal teatro musicale e nella sua produzione “leggera” spiccano numerosi musical che servirono come trampolini di lancio per altrettante impareggiabili melodie: da Lady Be Good (1924), costruito su misura per Fred e Adele Astaire (che cantano, oltre alla canzone del titolo, Fascinatin’ Rhythm) a Tip-Toes (1925), con That Certain Feeling e Sweet and Low Down; da Oh Kay (1926), confezionato per l’attrice inglese Gertrude Lawrence, che canta Someone to Watch Over Me e Do-Do-Do, a Funny Face (1927), con la comica ebrea Fanny Brice e una canzone come ‘S Wonderful. Il compositore americano più vezzeggiato del secolo firmerà, spesso su libretto del fratello Ira, altri capolavori come Strike Up the Band (1927), Of Thee I Sing (1928) e Girl Crazy (1930).

Cole Porter, un altro esponente della generazione blasé, darà un contributo fondamentale alla causa dell’entertainment infondendovi un grado di sofisticazione senza precedenti. C’è l’ammiccamento all’Europa di Paris (1928) – con Let’s Do It; Fifty Million Frenchmen (1929) – con You Do Something To Me e Can Can (1953) – C’est magnifique. C’è la spregiudicatezza di The New Yorkers (1930) – con Love for Sale – e The Gay Divorce (1932) – con Night and Day. E ci sono innumerevoli quadretti di vita americana, dal primo capolavoro Anything Goes (1934) – I Get A Kick Out of You, You’re The Top – a Jubilee (1935) – Begin the Beguine, Just One of Those Things; da Red Hot and Blue (1936) a Leave It To Me (1938) – con My Heart Belongs to Daddy; da Dubarry Was A Lady (1939) a Panama Hattie (1941), da Let’s Face It (1941) al secondo capolavoro Kiss Me Kate (1948), ironica versione della Bisbetica domata di William Shakespeare.

Un gigante di Broadway è stato Richard Rodgers, autore di ventisei musical in coppia col paroliere Lorenz Hart. L’esordio avviene nel 1925, a soli 23 anni, con la rivista The Garrick Gaieties. Poi i due sfornano On Your Toes (1936), con le magistrali coreografie di Balanchine; Babes in Arms (1937), con due classici come My Funny Valentine e The Lady Is A Tramp, e Pal Joey (1940), con Bewitched e I Could Write A Book. Dopo la prematura scomparsa di Hart, il ruolo di paroliere passa a Oscar Hammerstein II e l’esordio della nuova coppia è di quelli che lasciano il segno: Oklahoma! (con Oh What A Beautiful Morning e People Say We’re In Love), in scena il 31 marzo 1943 al St.James Theater di New York, verrà replicato 2212 volte. Due anni dopo Rodgers e Hammerstein ambientano a Broadway un romanzo di Molnar (l’ungherese autore de I ragazzi di via Paal): Carousel (1945), con l’insolito inizio a tempo di valzer, sarà un successone e lancerà due evergreen come You’ll Never Walk Alone e June Is Bustin’ Out All Over. Il capolavoro di Rodgers è South Pacific (1949), il primo musical esotico ambientato nei Mari del Sud tra i militari di stanza nel Pacifico. Ne esce una storia alla Madame Butterfly, centrata sull’amore tra ufficiali americani e bellezze polinesiane, che otterrà il Premio Pulitzer. Altri musical di straordinario valore sono The King And I (1951), dal romanzo Anna e il re del Siam, e The Sound of Music (1959) – My Favorite Things, Do-Re-Mi – che Hollywood trasformerà in uno dei film più ricchi di tutti i tempi.

Sotto la punta dell’iceberg su cui galleggiano da quasi un secolo tutti questi autori, si agitano acque altrettanto ricche. Basti ricordare il contributo di Vincent Youmans (No, No, Nanette, 1924 – con Tea for Two), Arthur Schwartz (The Bandwagon, 1931 – con Dancin’ in the Dark), Vernon Duke (Thumbs Up!, 1934 – con Autumn in New York), Kurt Weill (Knickerbocker Holiday, 1938 – con September Song), Harold Arlen (The Wizard of Oz, 1939 – film musicale), Leonard Bernstein (On the Town, 1949 e West Side Story, 1957), Frederic Loewe (My Fair Lady, 1956 – con On the Street Where You Live e I Could Have Dance All Night), Jule Styne (Gentlemen Prefer Blondes, 1949 – con Diamonds Are A Girl’s Best Friend e Bye Bye Baby) e Frank Loesser (Guys and Dolls, 1950; The Most Happy Fella, 1956).

Dopo gli ultimi grandi musical degli anni Cinquanta, su questa forma di spettacolo calerà il sipario. Un po’ per ragioni economiche (i costi di produzione erano diventati proibitivi e la gente preferiva la televisione al teatro) e un po’ per ragioni culturali: era venuto meno quell’ambiente umano che lo rendeva possibile e credibile e dal quale gli autori, gli sceneggiatori e i registi prendevano spunto con inventiva e maestria. Continuare a sgambettare per l’aria cantando motivetti disimpegnati quando l’America (e il mondo) teneva il fiato sospeso per la crisi di Cuba, e di lì a poco si sarebbe imbarcata nell’avventura vietnamita, sarebbe stata una mossa anacronistica e commercialmente poco accorta. Certo, i teatri di Broadway hanno continuato e continuano tuttora a funzionare senza il minimo segno di crisi. Ma, a parte qualche rara novità che richiama ai botteghini (le produzioni di Stephen Sondheim e quelle dell’inglese Andrew Lloyd Webber) il repertorio che attrae è sempre quello: i musical dei giorni felici. Per la famiglia americana in visita a New York il musical è un rito paragonabile al tacchino del Giorno del Ringraziamento, un’esperienza da “come eravamo” che li fa sentire ancora più americani anche se all’epoca nessuno di loro c’era… Le compagnie cambiano, i registi anche, ma le musiche e le trame rimangono, sempre in grado di stupire, divertire e far sognare per due ore di fila le generazioni che si succedono l’una all’altra nelle stesse poltrone.

ASCOLTA L’INTERVISTA CON LUCA CERCHIARI E ALCUNE DELLE CANZONI CHE HANNO RESO CELEBRE IL MUSICAL AMERICANO