Giorgio Gaber moriva quindici anni fa, il 1 gennaio del 2003. Figura unica e controcorrente nel panorama della canzone e della cultura italiana, Gaber ha saputo intercettare vizi e virtù degli italiani in modo assolutamente inedito e geniale, lasciando un’eredità straordinaria fatta di idee in forma di canzoni, gag e monologhi teatrali.

Il mio amico Giorgio Gaber, sottotitolo Tributo affettuoso a un uomo non superficiale (Utet, 2017) è un libro-racconto in prima persona che Giampiero Alloisio- cantautore e drammaturgo, genovese d’adozione – dedica al suo amico-maestro col quale debuttò a soli 25 anni con uno spettacolo di teatro-canzone firmato insieme a Luporini e Guccini. Fu quello l’inizio di una collaborazione artistica e umana destinata a durare 14 anni, attraversando i difficili – per chi andava controcorrente – anni Ottanta per chiudersi nel 1994.  La narrazione comincia nel quartiere di Oregina (parte alta di Genova) ai tempi in cui Don Gallo dava vita alla sua comunità dissidente, per attraversare le molte esperienze che hanno portato Alloisio a diventare un riferimento di primo piano in quell’area di confine fra canzone impegnata, umorismo, filosofia e avanguardia.

Nell’intervista Giampiero approfondisce episodi esilaranti, altri sconcertanti e del tutto inediti di un rapporto per nulla impostato sul modello ‘maestro-allievo’ ma su di una strana e prolifica amicizia, come confermò lo stesso Gaber, a collaborazione conclusa, in un’intervista a Gad Lerner: «Come dice il mio amico Gian Piero Alloisio, non temo Berlusconi in sé, temo Berlusconi in me!».