Mentre la civiltà rinascimentale si diffonde per tutta Europa, nei territori tedeschi ha luogo una rivoluzione religiosa destinata a spaccare irrimediabilmente il continente, coinvolgendo in modo radicale anche la musica e le altre arti. Nel 1517 il monaco agostiniano Martin Lutero (1483-1546) dava inizio alla Riforma protestante, cui aderiranno presto i territori svizzeri, alcuni principati del Sacro Romano Impero (la Sassonia, il Palatinato, la Boemia), l’Inghilterra di Enrico VIII (nel 1534), la Danimarca e la Svezia

(Claudio Bolzan, Guida alla musica sacra, Zecchini, Va, 2017)

 

La figura di Martin Lutero ricopre un’importanza cruciale anche nella storia della musica e il suo slancio riformatore ebbe un impatto fondamentale sul canto liturgico e devozionale in senso lato.

Particolarmente sensibile all’arte dei suoni fin da fanciullo, quando aveva imparato a cantare a scuola, una volta presi i voti, trovava volentieri consolazione nella musica nei momenti di afflizione. Nei suoi Discorsi a tavola definirà la musica ‘un dono cospicuo di Dio e prossimo alla teologia’, sulla scia di S. Agostino, che circa un millennio prima aveva non solo riconosciuto ma perfino esaltato la funzione del canto in chiesa e soprattutto l’importanza delle sue sfumature emozionali che consentono una migliore comunicazione e condivisione del messaggio divino.

Nessuna meraviglia che avesse scelto proprio l’ordine di S. Agostino, poiché allo stesso modo Lutero scorgeva nella musica un potente mezzo di elevazione morale.

Nella dimensione dell’ascolto, per la fede come per la musica (…) Lutero arriva a tracciare i lineamenti della sua nuova concezione teologica della musica, non più come male sopportabile, ma come donum Dei, attribuendo alla novità del canto una qualifica spirituale, che supera l’insita ambivalenza che risiedeva nell’opera artistica, la quale assume una connotazione negativa solo quando si accompagna strumentalmente a una devozione inaccettabile.

(Luigi Garbini, Breve storia della musica sacra, Il Saggiatore, Mi, 2012)

 

La sua opera riformatrice si concentrò in particolare sul canto corale. Lutero sfruttò abilmente la grande tradizione germanica dei canti popolari per tradurla in corali atti a essere eseguiti assemblearmente, anche se spesso l’origine di questi canti era di ben altra natura –  dissacratoria, talvolta di stampo erotico. Ma il fatto di essere molto diffusi negli strati socialmente inferiori della popolazione li rendeva un mezzo di comunicazione di massa ante litteram, di cui il giovane teologo percepì l’enorme potenziale al fine di amplificare la parola di Dio. Lutero non disdegnò mai che si usassero quelle canzoni a fini sacri. Nelle parole dello stesso Lutero: “al diavolo non dovrebbe essere concesso di tenere per sé tutte le melodie più belle.

Egli ammirava la grande maestria musicale, e manifestò diletto per la partiture complesse, come quelle in cui diverse parti vocali intrecciano contrappunti attorno a una melodia già esistente, a mo’ di inno; il suo sostegno alla prassi della Kantorei assicurò entro le Chiese luterane l’affermazione di musica corale tecnicamente impegnativa, e di una tradizione entro la quale avrebbe operato Bach. D’altro canto egli incoraggiò la creazione di un repertorio di inni strofici in volgare che l’assemblea dei fedeli poteva apprendere e cantare, ma che compositori di professione potevano sviluppare in forma contrappuntistica per farli eseguire dalla Kantorei.

            A fondamento di tutto ciò, egli credeva appassionatamente all’efficacia della musica nell’educazione e nel culto (…) – come sottolinea nell’introduzione a un Libriccino di canti spirituali: (…) “io desideravo che la gioventù, che del resto deve essere educata nella musica e nelle altre buone arti avesse qualcosa per liberarsi delle canzoni lascive e dei canti carnali, e imparasse al loro posto qualcosa di più salvifico”

(Owen Rees, Risposte musicali alla Riforma e Controriforma, in Enciclopedia della Musica, dir. J.J.Nattiez, vol. I, La musica europea dal gregoriano a Bach, Einaudi , To, 2004)

 

Nella visione di Lutero, il canto sacro doveva cessare di essere uno spettacolo o un concerto offerto agli adepti da musicisti di professione, doveva diventare qualcosa di diverso, coinvolgere il cristiano in una attiva partecipazione. Come sarà tre secoli più tardi per S. Alfonso Maria de’ Liguori, che attingerà dal grande patrimonio popolare delle melodie zampognare per semplificare il messaggio evangelico e tradurlo in un linguaggio alla portata di tutti, la parola cantata secondo Lutero permetteva alla riunione dei credenti, per la maggioranza incolti, di imparare facilmente i temi della fede cristiana, dal momento che i testi dei Lieder erano in tedesco e non nel latino ufficiale. Così Lutero avviò una traduzione della Bibbia e quindi della messa nel volgare tedesco, operazione che, facilitata dall’invenzione della stampa risalente a cinquant’anni prima, avrebbe diffuso e promosso le sue idee e le sue musiche.

 

“Com’è strano e meraviglioso che mentre una voce canta una semplice e modesta melodia, tre, quattro o cinque altre voci vengono contemporaneamente cantate insieme… Dev’essere portato alla corruzione e non degno di ascoltare tale incanto, chi non si delizia in essa e non è mosso da tale meraviglia. Farebbe meglio ad ascoltare gli asini ragliare il corale [gregoriano], o l’abbaiare dei cani e dei porci, piuttosto che questa musica.” (Martin Lutero)

Nel corso del suo viaggio a Roma del 1511-12, Martin Lutero fu ospitato nella Basilica di Santa Maria del Popolo e con queste parole padre Alejandro Moral Antón, Priore generale degli Agostiniani, ha ricordato il grande teologo durante una commemorazione per i 500 anni della Riforma protestante:

«Martin Lutero entrò nell’Ordine di Sant’Agostino nel 1505 come membro della Congregazione dell’Osservanza della Sassonia. Apparteneva alla comunità del convento di Erfurt e poi alla   comunità di Wittenberg, assumendo diverse responsabilità di governo all’interno del suo Ordine: vice-priore e maestro degli studi (1512-1515) e vicario provinciale di Turingia e Meissen (1515-1518). Ha esercitato questi compiti con responsabilità e saggezza. Era un insegnante rinomato e fu accreditato come grande predicatore, sempre disponibile a rendere i suoi servizi quando richiesti. Accadde anche quando si crearono delle dispute interne all’Ordine tra osservanti e conventuali e questa fu la ragione del suo viaggio a Roma nel 1511-1512. Santa Maria del Popolo è la chiesa che dal 1256 apparteneva all’Ordine degli Eremiti di Sant’Agostino. Come membro della Congregazione Martin Lutero durante il suo soggiorno a Roma venne ospitato proprio nel convento di Santa Maria del Popolo”

 

Ascolta una breve clip sull’importanza di Martin Lutero per la musica sacra