Elvis Presley moriva il 16 agosto di quarant’anni fa. La prematura scomparsa (aveva 42 anni) di uno dei miti del nostro tempo ha prodotto una delle più clamorose crisi d’angoscia che la storia ricordi. Solo la tragedia di Lady Diana, avvenuta esattamente vent’anni dopo (o quasi) – il 31 agosto 1997 – vi si può accostare per intensità emotiva e partecipazione popolare. Ma se alla principessa fu una canzone di Elton John a dare sepoltura planetaria, nel caso di Elvis il rito si ripete immancabilmentte ogni anno attraverso la sua voce, i suoi dischi, i film e le diavolerie che fan e industria s’inventano per mantenere viva la leggenda.

 

Si é detto che il mondo non era preparato per Elvis. Il manager del Grand Ole Opry – il Sanremo della musica country – lo liquidò dopo la sua prima e unica esibizione (25 settembre 1954) apostrofandolo così: ” Non approderai a nulla caro. Ti consiglio di ritornare a fare il camionista”.

 

Altri artisti avevano forse più talento (Jerry Lee Lewis) o più ironia (Chuck Berry, Carl Perkins), ma Elvis ebbe dalla sua il tempismo. Non aveva inventato niente: la sua pettinatura si era già vista; l’espressione truculenta era già di Marlon Brando ne Il selvaggio; quella vulnerabile e scorbutica l’aveva popolarizzata James Dean nel 1955, l’anno di East of Eden (Com’era verde la mia valle) e dell’esordio di Elvis. E anche la sua musica non era così diversa da quei rock scatenati che Bill Haley e altri artisti bianchi copiavano dai neri, vendendo più dischi di loro. Nessuno che avesse familiarità con il Rhythm & Blues e il Country sarebbe stato particolarmente colpito da Elvis, ma la maggioranza degli americani ne era ignara. Quando Elvis uscì allo scoperto, tutti capirono che si trattava di una rivoluzione.

 

Nelle parole di un cantante country, suo contemporaneo, si avverte il senso di smarrimento in chi era uso frequentare gli stessi locali e rivolgersi allo stesso pubblico:

“Questo tizio venne fuori in pantaloni rossi, giacca verde, una camicia rosa e i calzini e aveva un ghigno sul muso e rimase fisso dietro il microfono per almeno cinque minuti, ci scommetto, prima di fare un gesto. Poi diede un colpo alla chitarra e ruppe due corde. Io suonavo da dieci anni e due corde non le avevo rotte in tutta la mia carriera. Eccolo là, con le due corde penzoloni, e non aveva ancora fatto niente e queste ragazze gridavano e svenivano e correvano sul palco. E poi lui cominciò a roteare lentamente le anche, come se avesse un’intesa con la sua chitarra. Quello era Elvis Presley a 19 anni, quando suonò a Kilgore, nel Texas. Mi fece scorrere dei brividi lungo la schiena, amico, e per novi giorni di seguito io e la mia ragazza salivamo in macchina e andavamo a vederlo ovunque fosse…”.

 

L’incontenibile energia che spinse un ragazzo degli anni Cinquanta a rompere gli argini di un destino uguale a tanti altri e a reagire contro un conformismo soffocante, diventò l’energia di tutta una generazione. Come il gesto inconsapevole di Charlot in Tempi Moderni, che si ritrova alla testa di un corteo rivoluzionario solo perché passava di lì, la voce e il “bacino” (Pelvis) di Elvis daranno il via a una gigantesca rivoluzione nella musica e nel costume giovanile. Una rivoluzione ancora latente ai tempi di Frank Sinatra – il primo moderno agitatore di folle – e che diviene manifesta con l’esplosione del rock and roll.

 

“Elvis ci ha detto: ‘Andiamo’, e la civiltà del benessere, producendo un’automobile per ogni famiglia della media borghesia procurò a Elvis la sua massa di reclutamento. Mentre la radio trasmetteva Turn Me Loose (liberami), sul sedile posteriore i ragazzi si liberavano davvero. Molte notti vennero spese in buie strade solitarie a darsi da fare a ritmo di rock. Il sedile provocò la rivoluzione sessuale e l’autoradio fu lo strumento della sovversione”. Sono parole di Jerry Rubin, guru della controcultura americana degli anni Sessanta, che nella sua bibbia intitolata Do It! (Fallo!) attribuisce al rock and roll il merito di aver innescato quella “rivoluzione sessuale” che altri – primo fra tutti lo psicanalista Wilhelm Reich – avevano da tempo teorizzato.

 

“Il sabato sera ti può aiutare a resistere per tutta la settimana – scrive Marcus in un libro fondamentale della cultura rock (Greil Marcus, Mystery Train: Visioni d’America nel rock, Editori Riuniti 2001) – con Presley l’idea è che sabato sera può essere tutta la settimana. Il rock and roll é la più straordinaria arma inventata dalla cultura del dopoguerra per rimuovere il tempo – ha scitto Portelli (Alessandro Portelli, Il tempo in bilico, in Ernesto Assante-Enzo Capua (a cura di), La nascita del rock ‘n’ roll, Savelli: Roma, 1981).

 

É il mito di Peter Pan in epoca moderna: l’illusione che l’adolescenza possa durare in eterno, che sia sempre possibile – attraverso la musica – ricreare quello stato di euforia e di abbandono delle costrizioni (sociali, sessuali) che è tipico della festa arcaica. Il rock and roll come Carnevale a oltranza, insomma, che si celebra ovunque ci sia un giradischi, anche nella propria camera da letto. Questo è stato il messaggio che Elvis ha lanciato ai giovani di tutto il mondo.

 

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