Gershwin, 80 anni dalla morte

dicembre 4th, 2017

Una mattina, mentre leggeva il Tribune, il suo sguardo si soffermò su un annuncio pubblicitario. Un particolare colpì George, lasciandolo senza fiato: il testo presentava un concerto di Paul Whiteman il cui momento clou sarebbe stata una “sinfonia jazz” composta da… George Gershwin.  Solo che l’autore non ne era al corrente. Non del concerto – nulla di grave – ma della sinfonia! Non l’aveva mai scritta, nè aveva mai iniziato a scriverla! Gershwin pensò a uno scherzo. Depose il giornale e alzò il telefono per chiamare il direttore d’orchestra, suo amico, che poche settimane prima gli aveva proposto per l’appunto di comporre un affresco sinfonico intriso di jazz. Qualcosa che, a firma del più osannato autore di songs, avrebbe nobilitato la forma musicale americana per eccellenza, a pochi anni dalla sua nascita. Gershwin aveva respinto quella proposta, pensando di non essere all’altezza. Ma di fronte al fatto compiuto non poteva più tirarsi indietro. Aveva tre settimane di tempo prima del concerto, fissato per il 12 febbraio 1924, anniversario della nascita di Lincoln. Alla Aeolian Hall di New York City la sua Rapsodia in Blu – pareva la Proclamazione di Libertà del linguaggio musicale nero, è stato scritto – raccolse ovazioni e tripudi salendo così sul treno della Storia con un biglietto di prima classe. E così è successo per Un americano a Parigi, Porgy and Bess, I Got Rhythm, The Man I Love, Someone to Watch Over Me, Swanee... musica, danza, frenesia dall’Età del Jazz. Un periodo che molti chiamano “gli anni di Gershwin”. E infatti: a uno dei decenni più innovativi del secolo sul piano della cultura popolare, l’autore di Summertime fornì una colonna sonora inconfondibile. «Mi piace pensare alla musica come a una scienza delle emozioni», amava dire. E ancora oggi, a 60 anni dalla prematura scomparsa, è la sua musica a rievocare al meglio i fasti degli anni ruggenti, l’eccitazione, lo spirito libertario e libertino, “tutta l’energia nervosa accumulatasi e non consumata durante la guerra”, come ha scritto Francis Scott Fitzgerald che di quell’epoca è il simbolo per eccellenza assieme alla moglie Zelda, al campione di baseball Babe Ruth, al gangster Al Capone, al seduttore Rodolfo Valentino. Sono loro i testimonials – tutti di razza bianca, benché la vera novità fosse l’emergere dei neri in tutti questi campi (meno quello del crimine, quello sì, monopolizzato dai bianchi) – di un’epoca che ha venerato il successo, la giovinezza, il denaro (“una gallina in ogni pentola, un’automobile in ogni rimessa” era l’ideale a portata di tutti). “Gli anni di Gershwin”, quelli compresi fra le due guerre, vedono l’irrompere di una musica dai caratteri profondamente urbani, che la città amplifica e diffonde in un paesaggio solcato da rumori entrati in scena per la prima volta: clacson di automobili, rombi di aeroplani, clangori di tramways. Un paesaggio dove il silenzio è ormai sostituito dal ronzio che sale dalle migliaia di macchinari in azione anche durante la notte. “Età della macchina”, l’ha apostrofata lo stesso Gershwin in un suo articolo, riferendosi al fonografo, alla radio e al cinema sonoro che stavano invadendo il mondo intero. «Nato a New York e cresciuto fra i newyorchesi, ho sentito la voce di quell’anima – ricorda George. Mi parlava per strada, a scuola, a teatro. La sentivo nel coro dei suoni della città… Dovunque andassi udivo convergere una molteplicità di suoni… Vecchia musica e nuova musica, melodie dimenticate e quelle di gran moda, brani d’opera, canzoni popolari russe, ballate spagnole, chansons, canzonette in ragtime si univano in un coro di grande potenza nel mio orecchio interiore. E in tutto ciò e al di sopra di tutto ciò udivo, con suono dapprima debole, forte alla fine, l’anima di questa nostra grande America. E qual è la voce dell’anima americana? E’ il jazz». Gettonato in tutti i parties della città, il giovane pianista era in ottimi rapporti con i musicisti di colore, suonava spesso accanto a loro e ne frequentava i locali, anche quando si ritrovava – unico bianco – in mezzo al pubblico di Harlem. Non si considerava un jazzista, né avrebbe potuto competere con Jerry Roll Morton o Art Tatum, anche se spesso ne condivideva lo strumento, come avvenne in una serata del 1924.

 

Siamo in un hotel di lusso di Park Avenue. Si festeggia la prima della Rapsodia in blu. Mentre Gershwin improvvisa al pianoforte calamitando su di sé gli sguardi di tutti, tre famosi pianisti neri, invitati dal festeggiato in persona, si aggirano guardinghi. Si chiamano James P. Johnson, Willie “the Lion” Smith e Thomas “Fats” Waller. Per un po’ ascoltano. Poi, uno di loro non resiste più e sbotta: “alzati da quello sgabello e lascia fare ai pianisti veri, razza di schiappa”. George ride e lascia loro il campo per il resto della serata.

 

Quello di Gershwin è il classico mito americano in una delle sue manifestazioni più pure: figlio di poveri immigranti europei, egli riscatta con il proprio talento una vita di sacrifici e un destino che prometteva di assomigliarle. Tutto comincia a Pietroburgo, in una fine secolo piena di speranze, specie per la povera gente. Lì il signor Morris Gershovitz, ebreo, decide, con l’amata Rose, di lasciare il suo paese per la “terra promessa”, dove farà oltre venticinque lavori per lo più in qualità di imprenditore. Si sarebbe occupato di ristoranti, di scommesse, avrebbe gestito un bagno turco, un negozio di tabacchi, una panetteria, una sala da biliardo. Ma la fortuna la fecero i suoi figli, Jacob e Israel – ovvero George e Ira – che scelsero di cambiare nome e cognome, per meglio inserirsi in una società egemonizzata dalla comunità anglosassone, dove gli ebrei erano una minoranza povera e affamata.

 

“Io sono la storia”, “sono un melodista migliore di Schubert”, “scriverò la più grande fuga di tutti i tempi”… andava ripetendo “Mister Music”, un misto di ingenuità, egocentrismo e spirito infantile.  Poteva ridere a crepapelle di frasi o gesti che lo divertivano, anche se le aveva sentite decine di volte. Ma sotto la superficie spesso patinata che esibiva in pubblico, si agitava uno spirito inquieto. Don Giovanni fra i più chiacchierati dello show-biz, George aveva in mente un ideale di donna che non riusciva a trovare e quando credeva di averlo trovato, ahimè, lei era già impegnata. Successe con Kay Swift, cantante e autrice, e successe con Paulette Goddard, la monella di Tempi Moderni, campionessa di look, eleganza e intelligenza. Lei era felicemente sposata con Charlie Chaplin, ma nonostante ciò George le chiese la mano. “Perchè dovrei limitarmi a una sola donna quando posso avere tutte quelle che voglio?”, aveva dichiarato qualche tempo prima. In realtà George non era affatto a suo agio con l’universo femminile e, in fondo, non adorava che la madre. Capelli neri e lucenti, pettinati all’indietro, naso aquilino, labbra carnose, sorriso mefistofelico, George amava la bella vita e fece di tutto per vivere “alla grande”, a cominciare dalle sontuose dimore in cui scelse di abitare. A Manhattan, i Gershwin vissero in un’intera palazzina di cinque piani con ascensore (una rarità a quei tempi), sulla 103° strada, nel West Side. Il piano alto era tutto per George. Il resto della famiglia si spartiva gli altri quattro piani. Più tardi, avrebbe abitato col fratello nel leggendario attico di Riverside Drive n.33. Quindi al n.132 East della 72° strada. Infine a Beverly Hills, in una villa con piscina e campo da tennis. Conoscerà Pirandello, Stravinsky, Ravel. Solo Prokofiev, fra i grandi, ebbe delle riserve su Gershwin come compositore “classico”. Altrimenti il giudizio positivo fu unanime.

 

La stampa dell’epoca è, infatti, un inno all'”universo Gershwin”. Non c’è apparizione pubblica che non venga documentata, non c’è progetto che non sia riportato in dettaglio. Imprese sportive (memorabili le partite di tennis con Arnold Schönberg, il “padre” della dodecafonia), benemerite, galanti, viaggi, vacanze: ogni aspetto della leggenda vivente, che riguardasse perfino la famiglia e il cane, viene posto sotto una lente di ingrandimento. Che frequentasse bordelli o fosse (forse) padre di un figlio illegittimo o ancora che fosse “un sottile opportunista”, come rivelò Charles Schwartz nell’unica biografia sfuggita al controllo dei parenti, tutto ciò contribuisce a far comprendere le innumerevoli sfaccettature di questo protagonista del Novecento. Sperimentò ogni nuovo mezzo a sua disposizione, dalla radio (il suo programma Music by Gershwin era sponsorizzato da una ditta produttrice di chewing-gum lassativo) al cinema, al quale tentò di vendere la sua biografia, ma non fece in tempo. Fosse per le sole canzoni, Gershwin sarebbe ricordato come un grande autore e niente più, accanto a Irving Berlin, Cole Porter, Jerome Kern e Richard Rodgers. Gershwin non aveva inventato nulla. Fu l’abbattimento dei confini tra musica leggera e classica a farne un innovatore, con composizioni come Un americano a Parigi (1928), Concerto in fa (1925), Cuban Ouverture (1932) e soprattutto Porgy and Bess, la folk-opera che fa di lui il Verdi americano. Seppe elevarsi al di sopra del fracassone mondo di Tin Pan Alley per accedere alla sala da concerto e ciò, in una società che assume a simbolo di se stessa il “crogiolo” in cui fondere ogni genere di esperienza, era una consacrazione dell’american way of life. E soprattutto, Gershwin riuscì a stabilire un rapporto sincero con la musica degli afro-americani che, indirettamente, contribuì a rendere rispettabile. Tanto da meritarsi l’appellativo di “Abramo Lincoln della musica”.

Ascolta la storia di Gershwin arricchita dalle seguenti canzoni:

1. Someone to Watch Over Me – Ella Fitzgerald, 1950

2. Summertime – Paul Robeson, 1935

3. I Got Plenty of Nuttin’  – Frank Sinatra, 1957

4. I Got Rhythm – Gene Kelly, 1951

5. Let’s Call the Whole Thing Off – Ella Fitzgerald & Louis Armstrong, 1957

6. A Woman is a Sometime Thing – Edward Matthews, 1935

7. Nice Work If You Can Get It – Sarah Vaughan, 1950

8. The Man I Love – Sophie Tucker, 1928

9. Swanee – Al Jolson, 1920

10. Oh Lady Be Good – Ella Fitzgerald, 1947

11. Gershwin, Second Prelude – Rudy Vallee, 1932

12. Funny Face – Fred & Adele Astaire, 1929

 13. Fascinating Rhythm – Fred Astaire & Ginger Rogers, con George Gershwin