Se non se ne fosse andato prima del tempo, dopo soli fatidici 27 anni – età che per molti altri suoi colleghi ha rappresentato un’invalicabile, maledetta soglia – il 27 novembre 2017 Jimi Hendrix avrebbe compiuto 75 anni. E forse sarebbe ancora lì, sul palco, come altri splendidi 70 enni (Mick Jagger e compagni, tanto per fare un esempio), a godersi quegli applausi che solo la generazione degli anni Sessanta ha potuto tributargli, facendo di lui una leggenda.

Poi la storia ha creato il mito e altre generazioni si sono avvicinate a lui, il chitarrista di Seattle sbocciato a Londra proprio mezzo secolo fa, che agli inizi di una fulminante carriera durata poco più di cinque anni passò anche per il Bel Paese, esibendosi (23 maggio 1968) al Piper di Roma.

Dalle parole del suo bassista, Noel Redding:

“A ottobre (ndr. 1967) terminammo Axis: Bold As Love. Ci piaceva sperimentare, divertirci con i rumori. Jimi fece la parte parlata. Mitch, con la voce accelerata, era l’annunciatore. Poi preparammo un paio di chitarre, mettemmo il volume al massimo e le sbattemmo contro gli amplificatori per il sottofondo. Altri gruppi utilizzavano tutta una serie di strumenti per essere ‘nuovi’ ma noi ci fidavamo di Jimi, che amava creare suoni originali usando soltanto la sua chitarra (…) Lentamente gli studi diventavano più avanzati e con otto piste si poteva sperimentare di più. Agli inizi attendevamo di avere qualche idea semilavorata in magazzino, quindi prenotavamo uno studio. Poi Hendrix prese l’abitudine di entrare semplicemente in studio, sperando che qualcosa ne venisse comunque fuori. Si abituò a registrare anche tutte le jam sessions. Poi poteva risentirsele, per scovare frammenti o idee utilizzabili. Molti artisti scrivono in questo modo. Non si sa mai che cosa può uscire ad una jam session che scorre bene”

(Noel Redding e Carol Appelby, Storia dell’esperienza, in Jimi Hendrix, Arcana, Mi 1987, p.14)

Hendrix è stato il chitarrista più influente nella storia del rock, colui che ha saputo innovare il sound attraverso l’uso spregiudicato della tecnologia allora a disposizione: distorsioni, riverberi, wha-wha, feedback per valorizzare groove e ritmi sanguigni che avevano come base il blues ma guardavano molto più in là.

Come scrive Sheila Whiteley, “Lo stile di Hendrix, pur essendo influenzato da B.B.King, John Lee Hooker a Albert King, utilizza il blues come base di crescita e non come limitazione espressiva. Hendrix dimostra l’originalità della sua interpretazione fisica del suono, non soltanto attraverso i virtuosismi ma anche attraverso l’uso particolare degli effetti elettronici che rafforzano l’energia viscerale tipica della sua musica. Le frasi mormorate comuni a tutte le sue canzoni dimostrano anch’esse una tendenza all’interpretazione fisica più che melodica del suono, e il loro impatto avviene più a livello musicale che a livello semantico” (Sheila Whiteley, Rock progressivo e codifiche psichedeliche nella musica di Jimi Hendrix, in Musica/Realtà 34, 1991, p.111).

E pensare che una stampa evidentemente poco preparata a scorgere in lui il grande innovatore, reagì in modo assai tiepido ai suoi esordi londinesi definendo la sua musica come rumore intenso e inutile, chiamandolo “l’uomo selvaggio del Borneo” o “il pazzo uomo nero”. Ma fu un boomerang, perché il gruppo, anziché contrastare questa immagine la incoraggiò sperando che aumentasse la popolarità nell’ambiente underground. Cosa che puntualmente avvenne, così che la Jimi Hendrix Experience – un chitarrista americano, un bassista e un batterista britannici – entrò da subito nel cuore dei music fans per rimanerci a vita.

Il suo contributo non fu solo musicale, ma estetico e perfino antropologico, come puntualizza un importante esponente dei cultural studies britannici:

“Hendrix e Davis fanno parte di un’avanguardia musicale nera cui potrebbero essere affiliati nomi e stili tanto diversi quanto quelli di Sun Ra, John Coltrane, George Clinton, Sly and the Family Stone e Prince, che ha confuso l’ovvietà di tali distinzioni (ndr. ‘autentico’ vs ‘inautentico’; musica bianca vs musica nera) liberando la musica dalle precedenti rivendicazioni culturali (ed etniche) senza perdere la linea di basso, il nero continuo, del loro modo di raccontare, delle loro storie. Essa diviene così una musica sospesa nelle configurazioni storiche e culturali dell’etnicità, dato che è senza ombra di dubbio afroamericana, ma questo non è più il punto di arrivo, solo il punto di partenza per una serie di aperture che conducono a una riconfigurazione radicale dell’estetica urbana. In questa prospettiva, la fascinazione di Hendrix per suoni extraterrestri e modi a fantascienza – in brani come Third Stone from the Sun, Up from the Skies, 1983… A Merman I Shall Turn to Be – echeggia lungo uno spettro che di sicuro si amplia dai viaggi cosmici della Solar Arkestra di Sun Ra all’Interstellar Space di John Coltrane, spingendosi attraverso il funk cibernetico di George Clinto fino a ‘radici’ riviste e sintetizzate al computer dalle direzionicontemporanee del rap urbano” (Iain Chambers, Giù all’incrocio, sotto il ciel di domani: Jimi Hendrix, in Iain Chambers & Paul Gilroy, Hendrix, hip-hop e l’interruzione del pensiero, Costa & Nolan, Ge, 1995, pp.32-33)

 

ASCOLTA LE BIOGRAFIA DI HENDRIX E UN ACCENNO DELLE SUE CANZONI PIU’ CONOSCIUTE