La commistione di classico e popolare, avanguardia e consumo, è da tempo un nuovo paradigma culturale e la capacità di tenere assieme i due poli è radicata in molte fasce di pubblico che hanno contribuito a riscrivere la mappa dei generi. Umberto Eco è stato un pioniere di questa sensibilità, quando la musica era rigidamente distinta in classica e leggera, conseguenza di una frattura antropologica fra cultura ‘alta’ e ‘bassa’. Lo testimoniano la sua attività scientifica e le passioni coltivate in privato, a partire dal flauto dolce di cui era un virtuoso a suo agio con un repertorio barocco che amava eseguire con i ‘minus one’. E se nelle riunioni conviviali dava spazio a quell’anima di entertainer che incantava platee di studenti – canzoni da osteria e giochi per la mente – l’enciclopedica sapienza di cui era portatore sano, fece sì che a soli 26 anni contribuisse con Cathy Berberian, Furio Colombo e altri avventurieri a un radio documentario sulla ‘qualità onomatopeica del linguaggio poetico’ poi diventato una composizione per voce e nastro magnetico – Thema (Omaggio a Joyce) – realizzata da Luciano Berio presso lo Studio di Fonologia della RAI di Milano. Da quelle e altre frequentazioni con il fiore delle avanguardie nacquero imprese editoriali e movimenti culturali che hanno segnato il pensiero contemporaneo, a partire da Opera aperta, dove un Eco trentenne dettava l’agenda delle arti a venire, fra strutturalismo, pensiero seriale e indeterminazione. Ma nella cerchia degli amici praticava l’irriverente arte della parodia scrivendo testi ispirati all’attualità: da 24 megatoni (sull’aria di 24 mila baci) a un’esilarante Storia della rivoluzione russa (su frammenti di Azzurro, Come pioveva, Maramao perché sei morto) fino alla Genealogia di Gesù (Abramo generò Isacco, ecc.) sull’aria di Rock Around the Clock.

Il brillante studioso di San Tommaso marchia anche i nascenti popular music studies, che solo negli anni Ottanta avrebbero preso forma definitiva: dopo aver scoperto uno sconosciuto Jannacci e firmato le note di copertina per una Milva controcorrente, nel 1964 Eco scrive la prefazione a Le Canzoni della cattiva coscienza, il primo studio ‘serio’ sulla canzone leggera. Il saggio finisce in Apocalittici e integrati, dove le argomentazioni sul ruolo dei media e la canzone di consumo chiamano in causa Rita Pavone, il terzinato, il cool jazz e la musica elettronica, mentre il concetto di “acquario sonoro” prefigura gli studi sul soundscape. In anni recenti vi è tornato su, rassegnato di fronte a un ambiente in cui si vive ‘come in un bagno amniotico’, nel quale spesso si è costretti a subire una musica che non si è scelto e che allora si percepisce come rumore. Come lui stesso lamentava a proposito dei concerti rock che durano fino a tarda notte… Ma per l’ultimo saluto al professore, la famiglia ha voluto che nel cortile di Castello Sforzesco risuonasse La Follia di Marin Marais. Dal vivo.

Una delle orazioni funebri è stata tenuta dall’amico e compagno di scuola Gianni Coscia, grande eclettico fisarmonicista per cui album, spesso con la ECM, Eco ha scritto la presentazione. Ascolta l’intervista con Gianni Coscia in questa puntata di “A tempi di musica” del 27 febbraio 2016.