C’è un sapore italiano nel jazz degli esordi, più precisamente di siciliano. E’ dalla Sicilia infatti che provenivano i genitori di Nick La Rocca (tromba) e Antonio Sbarbaro (in arte Tony Spargo, batteria), due dei membri dell’Original Dixieland Jass Band (con due ‘esse’…), la prima formazione jazz a incidere un disco, nel 1917: Dixieland Jass Band On-Step sul lato A e Livery Stable Blues sul lato B. Pare avesse venduto oltre un milione di copie, primo disco di musica ‘leggera’ a superare quel muro. Siamo a New Orleans, e la comunità siciliana è numerosissima. Di certo ha contribuito alla diffusione dell’opera nella Terra Promessa e l’influenza della melodia all’italiana è evidente proprio nel dixieland, lo stile che dalla Louisiana si è diffuso rapidamente in varie parti degli States, da Chicago a Kansas City, per approdare a New York

In realtà i primi dischi di jazz vengono incisi in Europa, qualche tempo prima del fatidico 1917. E guarda guarda, c’è di nuovo lo zampino di un italiano all’origine di tutto questo: Arturo Agazzi (conosciuto come Mirador) gestore del londinese Ciro’s Club, ingaggiò un’orchestra di musicisti afroamericani a cui diede il nome di Ciro’s Coon Club Orchestra. La quale incise ben 28 facciate tra il 1916 e il 1917.

100 anni del jazz

Quando la grande nazione americana divenne prevalentemente urbana, e ciò fu evidente a partire
dall’epoca successiva alla Prima Guerra Mondiale, il carattere di questa decisiva accelerazione verso la modernità prese un nome preciso: Jazz Age. Età del jazz, insomma. Niente sembrava più azzeccato che riassumere in una parola magica, “jazz”, lo spirito rinnovato dei tempi: jazz era voglia di vivere, di ricostruire dopo anni di difficoltà, di ballare, di festeggiare, di allargare le proprie coscienze, di sperimentare nuovi modi di vita, di consumo, di partecipazione, di convivenza fra le decine di popolazioni che sempre più numerose venivano affollando la Terra Promessa. Jazz, allora non significava quello che intendiamo oggi, e cioè una musica prevalentemente strumentale di difficile apprezzabilità se non si è un poco iniziati. No, jazz era tutt’altro. Jazz era ciò che noi oggi chiameremmo musica leggera e che gli anglosassoni chiamano “popular music”, musica popolare, di tutti, fatta per divertire e ballare.

“Non era tanto una forma d’arte distinta, quanto una specie di celebrazione collettiva… ed era tipicamente democratica, tipicamente americana nel suo eludere le distinzioni. Musica per eccellenza di improvvisatori ed estemporaneizzatori, il jazz dissolveva la vecchia distinzione fra compositore ed esecutore. Forniva un’inedita atmosfera d’intimità fra i musicisti e il loro fans, e come musica da ballo era particolarmente sensibile alle risposte del pubblico, che diventava in qualche modo parte della performance”

(Daniel J. Boorstin, The Americans: the Democratic Experience, Vintage Books, NY, 1973).

Dopo un’incubazione durata alcuni decenni, durante la quale uno stile si diffonde e crea assimilazione e aspettative, emergono i primi “autori” di musica jazz. Li stile si fa più personale anche in riferimento ai centri vitali in cui la nuova musica prende piede. E’ un luogo comune individuare New Orleans come la culla del jazz ma, anche se molti storici hanno cominciato da tempo a scalfire l’attendibilità assoluta di questa leggenda, uno sguardo alle origini non può che partire dal capoluogo della Louisiana, crogiolo di razze e babele di lingue. E’ dalla Nuova Orléans, il cui nome tradisce l’origine francese, che la maggior parte dei primi musicisti jazz passati alla storia, apprendono lo stile. La città dove sbarcavano le navi stipate di uomini dalla pelle nera destinati a una vita in catene, divenne anche il primo laboratorio espressivo del Nuovo Mondo. La storia di New Orleans comincia verso il 1680, quando le prime navi francesi al comando dei fratelli Pierre e Jean-Baptiste le Moyen, cominciano a navigare nella zona del delta del Mississippi. Là, dove il fiume forma un’ansa che gli abitanti chiamano Crescent, si costruisce nel 1718 il primo centro abitato. Questo quartiere, chiamato oggi French Quarter, esiste ancora ed è limitato a ovest da Canal Street, a nord da Rampart Street, a est da Esplanade Avenue e a sud dal Mississippi. In pochi anni la popolazione sale a trecento persone, compresi124 soldati, ventotto donne, venticinque bambini, oltre ai preti. Gran parte degli uomini sono esploratori o cacciatori discesi dal Canada o dall’Illinois, ma le donne, senza eccezione alcuna, vengono tutte dalle carceri e dai bordelli di Parigi. Ed ecco spiegato l’intenso rapporto, fin nella sua origine etimologica, fra jazz e sessualità.

Il Jazz dal 1917 ai tardi anni Venti (A tempo di musica, febbraio 2017)

E’ qualcosa di mai visto né sentito prima. Da noi sono in molti ad accorgersene e fra questi il vate del movimento futurista Filippo Tommaso Marinetti, che scriveva:

“Scoppia nella sala lo schiamazzante jazz-band dei suonatori negri, rovesciati all’indietro dalla furia dei suoni aspri, bevuti, soffiati con ruggiti, grugniti, martellamenti di piedi impazziti! Mostruose guance nere ingoiano saxofoni d’argento. Si immensificano risate di coccodrilli nel fango schizzante dei rumori. Diavoleria di colossali virilità impennate e sonore che ostentano caricaturalmente i loro volumi a mantice rombante”
(Filippo Tommaso Marinetti, Nella sala da ballo, da Grande albergo del pericolo, in Scatole d’amore in conserva, Roma, Ed. d’arte Fauno, 1927)

Il primo virtuoso fu un ragazzo di 13 anni Vittorio Spina, mandolinista, nato a Nizza da genitori italiani che a Roma suonò con Paul Reinhardt davanti a un Django estasiato. Tra i pionieri c’erano Alfredo Gangi, primo banjoista italiano e Battisti, primo batterista, un tipo stravagante che, non esistendo ancora batterie “suonava appoggiando il tamburo rullante su una sedia e si legava il piatto alla spalliera della sedia stessa” (Adriano Mazzoletti, Il jazz in Italia. Dalle origini alle grandi orchestre, EDT, To, 2004). Un altro pioniere fu Ugo Filippini, violinista classico e leggero, richiesto da Léhar quando veniva a Roma e attivo nel varietà più infimo. Ma la prima capitale italiana del jazz fu Milano. Nel 1919 c’erano ben 19 sale, fra tabarin, teatri, cafè-chantants e cinematografi.

A Genova (al Giardino d’Italia, al Lido di Albaro, all’Eden e in vari locali della Broadway genovese: via XX settembre) l’animatore era Armando Di Piramo, livornese, colui che scoprì Pippo Barzizza 20enne al violino e con la sua ‘sweet band’ incise alcuni dischi per la Fonotecnica. Da lì partivano le linee per l’America e i musicisti venivano ingaggiati a bordo del Rex, del Conte Biancamano, l’Augustus, il Saturnia, il Vulcania, il Conte di Savoia.

Anche Sanremo fu un centro del jazz, grazie al Casinò e al turismo internazionale che attirava musiche e spettacoli di ogni genere, classico e leggero. A Torino, dove funzionavano otto caffè-concerto, c’era Cinico Angelini, alla Sala Gay nel 1923 e poi in Centro e Sud America fino al 1929, e i fratelli Rovero, tra cui Aspar Agostino Valdambrini, primo violinista jazz in Italia. A Firenze c’erano Aldo Frazzi e la Savoy Orchestra.

Negli anni ’20 il nostro fu un jazz d’imitazione, ma gli italiani conobbero e frequentarono i musicisti americani con reciproca soddisfazione. Lo stile era quello di New York e lo si apprezzava anzitutto nei tabarin.

Jazz sotto il Fascismo (“InBlu Jazz & Fusion, ottobre 2013)